
Sono apparsi, ai loro esordi, come la fonte alternativa che tutti aspettavano, quella su cui puntare per il futuro. In realtà i combustibili “verdi”, quelli derivati da materie prime vegetali, hanno costi elevati e non solo in termini strettamente economici. Biodiesel e bioetanolo emettono bruciando meno sostanze inquinanti, è vero, ma l’impatto ambientale è comunque pesante da altri punti di vista.
A risentire della diffusione massiccia di colture destinate alla produzione energetica a scapito di quella alimentare sono soprattutto i paesi in via di sviluppo. “Il pieno a stomaco vuoto”: la recente campagna di sensibilizzazione dell’associazione ActionAid, sintetizza i termini del problema. I biocarburanti tolgono risorse al Sud del mondo, facendo aumentare la fame; mentre i fruitori si concentrano quasi esclusivamente nei paesi industrializzati, Europa e Stati Uniti.
In pratica, si trasformano in benzina ed energia termoelettrica per le abitazioni tonnellate di soia, colza, girasole, mais e barbabietola da zucchero, sottraendo terreni ad altri impieghi: il rapporto elaborato da ActionAid considera anche i dati diffusi da Fao, Ocse e Banca Mondiale.
Dopo l’euforia iniziale, la produzione dei biocarburanti ha richiesto, sul piano normativo, una maggiore attenzione dei singoli Paesi a questi “effetti collaterali” accentuati, dal 2007, dalla crisi alimentare mondiale. La soluzione esiste, ma non è a portata di mano. Oltre ai biocombustibili derivati da coltivazioni, i più diffusi, ci sono quelli di seconda e terza generazione, prodotti dalla cellulosa e dai tessuti oleosi delle alghe. O da scarti agricoli. Non ci sarebbero rischi, in questo caso, ma qui le tecnologie sono solo agli inizi. Per non parlare del fatto che, a oggi, i vantaggi ambientali sono in parte vanificati dall’inquinamento generato in fase di raffinazione …
Eleonora Poli
Tags: ambiente, biocombustibili, sostenibilità
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on lunedì, maggio 31st, 2010 at 07:46 and is filed under Parlamidiverde.
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