Se operatori ecologici si nasce

Niente riesce forse a scuotere l’ambientalista che è in noi quanto il pensiero dell’enorme quantità di rifiuti prodotta. Ovunque. A Palermo in questi giorni i cassonetti straripano e le discariche sono al limite, anche se la notizia sembra suscitare meno clamore mediatico dell’emergenza napoletana del 2007.

Di raccolta differenziata e riciclo si sente parlare in continuazione, eppure le domande rimangono. Dove finiranno tutte queste cose? Come saranno riutilizzate? Ho letto una storia che, pur distante per chilometri e cultura, aiuta a immaginare più da vicino il destino di quanto scartiamo. Al Cairo, 18 milioni di abitanti, non esiste un servizio pubblico di nettezza urbana.

Ne esiste però uno “privato”: sono gli Zaballeen, una comunità “silenziosa” di 70.000 persone che ogni mattina si muove per le strade raccogliendo 3 tonnellate di plastica, carta, vetro, metalli e oggetti; li caricano e  li trasportano in un quartiere abitato solo da loro, città nella città. Qui provvedono a pulire, dividere, smontare, recuperare quanto si può; rivendono poi materie prime e manufatti.

Incredibile, nel 2010 esiste sotto gli occhi di tutti un artigianato dei rifiuti, un mondo a se stante gestito da uomini e donne che si tramandano il compito da generazioni. Un compito indispensabile, del resto, intorno al quale si è costruita una microeconomia. Alcune onlus hanno avviato programmi per migliorare le condizioni vita degli Zaballeen (o “garbage people”, popolo dei rifiuti); ma anche diverse multinazionali mostrano interesse per loro, intravedendo possibilità di business.

Una cosa è certa, figurandosi questa realtà quotidiana da paese in via di sviluppo, la catena del riciclo prende un aspetto più concreto. E anche la montagna di rifiuti di “casa nostra” fa un po’ meno impressione, si riesce a supporre che la Terra sia in grado di riassorbirla.

Eleonora Poli


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